31 – Lunedì

Sto facendo la cacca nei bagni di un traghetto di linea. Geloso della mia privacy, mi assicuro che la porta del bagno sia ben chiusa. A metà dell’azione, i pannelli prefabbricati di cui i muri sono costruiti cadono giù uno per volta, rivelandomi alla vista della gente che affolla il corridoio della nave. Solo la porta, stranamente, è rimasta in piedi.

*

*

*

Devo correre, devo correre, devo correre, devo correre, devo correre. Sono stanco ma devo correre. Non so perché, ma devo correre.

*

*

*

Ho commesso un atroce delitto. Non chiedetemi quale, non lo ricordo neppure io. Fatto sta che dopo un processo sommario mi sono ritrovato in gattabuia. Ad accogliermi un signore corpulento di mezza età con i baffi. Ha sempre vissuto in isolamento da quando lo hanno arrestato ultraminorenne, e adesso che si ritrova un compagno di cella non vede l’ora di provare per la prima volta i piaceri della carne. Io capisco le sue intenzioni e me la do a gambe, ma nella piccola cella la fuga dura poco e presto mi ritrovo immobilizzato sul letto da due pesanti mani. Mi dimeno cercando di liberarmi, ma è tutto inutile, e dopo pochi istanti sento l’inevitabile laceramento delle carni e ho come l’impressione di vedere dall’interno del mio corpo quel ruvido membro che fa capolino, prima di svegliarmi per il dolore e il terrore.

Non si può dire che sia stato un sonno particolarmente ristoratore, con tutti questi sogni del cavolo. Ma per essere un lunedì mattina non è neppure andata troppo male. Mancano ancora 30 minuti al suono della sveglia: un po’ presto per alzarsi, ma forse troppo tardi per riuscire a riaddormentarsi. Mi rigiro nel letto e aspetto pazientemente la sveglia; quando questa suona, mi alzo senza perdere tempo. Mi lavo, faccio tutto quello che devo fare, poi negli ultimi minuti accendo la TV. Strano, oggi alla NHK la programmazione è diversa dal solito. Ah ecco perché: secondo i miei calcoli dovevano essere le 6:30, invece sono le 6:47. Porco cazzo.

Uscito di casa il panorama è diverso dal solito. Non incontro l’uomo con la mascherina che passa alle 6:38. Le comari che ogni giorno chiacchierano all’ultimo incrocio prima della stazione non ci sono più. Oggi col cavolo che riesco a sedermi nel treno. La tecnica mnemonica in questi casi non è applicabile, per l’inserimento a 45 gradi sono troppo fuori allenamento.

Arrivato in ditta, l’unica cosa che ho voglia di fare è il disegnino qua sotto. Non saprò mai dove ho perso i 17 minuti che mancavano all’appello stamattina. Ma è lunedì e tutto è possibile, proprio come nei sogni. Anche se, sogno per sogno, avrei preferito entrare in un carcere femminile. Sarà per il prossimo lunedì.

Lunedì
Please follow and like us:

30 – Un amore mancato

La vedevo ogni giorno sul treno della mattina. Io ero già seduto, aspettando che il treno partisse, e quando le porte stavano per chiudersi la vedevo entrare di corsa. Era molto magra, capelli lunghi e lisci, né bella né brutta ma forse la perfezione fisica l’avrebbe resa meno interessante. I suoi occhi a mandorla, così comuni da queste parti, si contrapponevano a delle labbra insolitamente carnose per una corporatura così esile.

I pantaloni elasticizzati le mettevano in evidenza le anche, che la magrezza faceva sembrare ancora più larghe, e che con le due sottili gambe separate da un grande vuoto formavano la figura di un diapason.

Mentre saliva sul vagone la guardavo discretamente per qualche istante senza essere ricambiato, poi distoglievo lo sguardo per posarlo nuovamente sul mio libro, mentre lei si perdeva nella confusione del treno.

Dopo un lungo viaggio, e dopo essere sceso dall’ultimo treno, sorprendentemente la ritrovavo, sempre nello stesso punto. Ogni giorno. Camminava davanti a me a poche decine di metri di distanza, con il fondoschiena che si muoveva ritmicamente in maniera esagerata, complici le sproporzioni fisiche. La mia lunga falcata compensava il suo passo veloce, e per un lungo tratto, sebbene ognuno andasse per la sua strada, eravamo come uniti da un filo invisibile che ci teneva sempre alla stessa distanza.

Tic, tac, tic, tac. Completamente rapito da quel culo ondulante, lo seguivo come una trota segue il cucchiaino del pescatore.

Poi a un certo punto la vacca girava in un’altra strada, e io mi svegliavo dal torpore ipnotico. Ero proprio davanti alla mia ditta.

* * *

Ma quel giorno, sceso alla stazione, entrai nel solito convenience store per comprarmi il pranzo, come facevo ogni giorno.

Sorprendentemente c’era anche lei. Mi chiedevo come avessi fatto in tanto tempo a non accorgermi che probabilmente anche lei ogni mattina entrava nello stesso negozio. Quando la vidi pagare e dirigersi verso l’uscita, anch’io mi affrettai a pagare e mi precipitai fuori dal negozio per seguirla. Guardai intorno, ma lei non c’era. Non poteva avere percorso più di una decina di metri, non era possibile che si fosse volatilizzata, ma non c’era. E non l’avrei mai più incontrata, né in treno, né al negozio, né mai.

Da quel giorno la Donna Diapason mi aveva abbandonato. Avevo perduto il pesce pilota che ogni mattina col suo culo mi guidava verso l’azienda. Da allora, durante il mio solitario e breve tragitto a piedi verso la ditta, il mio sguardo si sarebbe smarrito sulle ciminiere fumanti, sui camion che sfrecciano rumorosi, sui rifiuti abbandonati per strada.

Addio, ignota femmina dal culo un po’ storpio, e grazie lo stesso per i brevi momenti in cui mi hai distratto dalle brutture di questa città.

La donna diapason
Please follow and like us: