36 – Kamata, 7:30 A. M.

Ci sono le donne belle e le donne brutte. Quelle brutte si dividono in bruttone che ma sì, e bruttone che neanche morto. A quest’ultima categoria appartiene solo lei. Sale a Kamata, mi riconosce, sa che scendo fra due stazioni e mi si piazza davanti in attesa di sedersi.
La pachiderma di Kamata. Un mostro orribile, non le è bastato il brutto scherzo che la natura le ha fatto: lei ha qualcosa in più, qualcosa di suo, che fa scoccare quella scintilla che la rende incredibilmente ripugnante. Passa il tempo che la separa dalla conquista del suo agognato posto a dialogare con il suo telefonino, e la sua grassa figura mi copre la visuale da altre eventuali pulzelle.
Almeno il pachiderma di Kamata, nello sfogliare il giornale, a volte mi rivolge la pagina delle donne nude. Ma questa no, la sua vista è una tortura e basta, prende il mio posto e non mi dà nulla in cambio.
Non riesco più a sopportare tutto questo. Ecco perché da qualche tempo, alla stazione di Kamata, poiché fortunatamente il treno si vuota momentaneamente, ne approfitto per andare a sedermi dall’altra parte del vagone.
Ed ecco che arriva lei. Con quella figura elegante, il fondoschiena perfetto circondato da un’aura di feromoni, mi fa dimenticare le sofferenze patite dall’altra parte della carrozza. Se la fisiognomica non è un’opinione, deve essere una gran maiala. Sa che devo scendere fra due stazioni e mi si piazza giustamente davanti. Rimango pietrificato davanti a tanto splendore. Altro che Donna Diapason, questa è veramente notevole. Mi serve una scusa per alzare lo sguardo senza farmi scoprire, allora guardo i cartelli pubblicitari a sinistra, poi quelli a destra e nel passare dagli uni agli altri getto un’occhiata fugace.
Scansione della mano sinistra, anelli: negativo. Ah, ce l’ho io, cavolo. Allora come non detto. In fondo deve essere come me la immagino, se nessuno se l’è ancora presa.
Talvolta si libera il posto vicino a me e lei ci si siede. Mi godo immobile quella frazione di secondo in cui nell’atto di sedersi si struscia involontariamente sul mio fianco. Poi alla stazione successiva mi alzo io, mi struscio, mi guardo dietro fingendo di stare controllando di non avere dimenticato nulla, e rivolgo un ultimo sguardo discreto alla porca, ormai semiaddormentata. Basta, devo tornare a pensare alle cose serie. Scendo dal treno e mi allontano verso l’uscita della stazione, disperdendo la folla con l’uccello multifunzione, e mi dissolvo silenziosamente, come ogni mattina, nel mondo dei salarymen.

Il pachiderma di Kamata e la pachiderma di Kamata
Please follow and like us: